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SIDNEY LUMET


Con Sidney Lumet (1924-2011), morto a New York lo scorso 9 aprile, se ne va un grande maestro della macchina da presa, esemplare rappresentante della “New Hollywood” degli anni Settanta (periodo che coincise, non a caso, con i suoi maggiori successi), ma capace fino all’ultimo di girare film di livello straordinario: è il caso del suo ultimo lungometraggio, Onora il padre e la madre, magistrale thriller del 2007 in cui traspare in totale nitidezza il baratro di cinismo e avidità degli Stati Uniti del XXI secolo.
In esso, come in tutti i film di Lumet, straordinaria è la forza degli interpreti (Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney). È questo forse il principale tratto distintivo dell’opera del regista americano: la forza interpretativa che sapeva trarre dagli attori con cui si trovava a lavorare, come ben si evince dal fatto che 17 degli interpreti dei suoi film furono candidati all’Oscar. E proprio da uno di essi, Al Pacino, viene forse la descrizione migliore del metodo di Lumet: nel libro-intervista Io, Al Pacino (Sperling & Kupfer editore), l’attore dice a un certo punto: «Sidney Lumet è un genio. Non ti dice una parola. Basta il modo in cui ti fa muovere per far vivere la scena. Mi indicava una direzione e diceva: vai qui, vai là. Straordinario».
Figlio di un attore di Broadway, Sidney Lumet fin da giovane iniziò a farsi le ossa nel mondo del teatro e della televisione, risultando un maestro dei generi per eccellenza della tv degli anni Cinquanta, ovvero i drammi e gli sceneggiati ripresi “dal vivo”. Ed è proprio da questo filone che viene la sua prima opera cinematografica: La parola ai giurati, del 1957, ancora oggi avvincente e attuale per il ritmo serrato, lo spirito democratico (anti-pena di morte) e le performance dei protagonisti (fra tutti, uno splendido Henry Fonda).Durante gli anni Sessanta Lumet dirige tutti i
grandi attori dell’epoca: Marlon Brando (assieme ad Anna Magnani in Pelle di serpente), Sean Connery, Rod Steiger, Katharine Hepburn. Ma il vero successo, e i film migliori, appartengono alla decade seguente, in cui Lumet si ritaglia di diritto un posto fra i grandi del cinema, assieme ad altri cineasti della sua generazione: Arthur Penn, John Frankenheimer, Sam Peckimpah, Robert Altman. Tra il 1972 e il 1976 il regista statunitense inanella un quartetto di film ancor oggi imprescindibili: Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Assassinio sull’Orient Express, Quinto potere. Il tratto di fondo di tutte queste pellicole, che lanciarono definitivamente il loro autore, è come detto la forza straordinaria degli attori: si pensi alle fantastiche interpretazioni di Pacino nei primi due, o al cast all-star del terzo, dove ciascuno si esprime al meglio delle proprie possibilità (menzione speciale ad Albert Finney, la cui immedesimazione nel “buffo investigatore dalla testa a uovo” Hercule Poirot stupisce tuttora lo spettatore).
Tra esse, comunque, a mio giudizio, la più attuale e importante – quasi profetica, per certi aspetti – è senz’altro l’ultima, Quinto potere (Network, nel titolo originale), serrato apologo sul potere della televisione, degli anchor-man trascinatori di pubblico e gli interessi che attorno all’audience girano, descritti da un regista che ben conosceva i meccanismi televisivi. Un film che ci parla e ci colpisce ancora oggi.
Chiuso questo periodo d’oro, Lumet continuò comunque a produrre film di impatto notevole, come Il verdetto (1982) con un magistrale Paul Newman, Power, Un’estranea fra noi, fino a venire consacrato da un Oscar alla carriera nel 2005, risarcimento soltanto parziale rispetto a tutte le sue pellicole che l’avrebbero meritato e per le quali non lo vinse mai. Un dovuto omaggio, per tutti gli amanti del cinema, è la lettura del libro Fare un film (minimum fax), in cui Lumet descrive con uno stile piano e asciutto – lo stesso delle sue pellicole – tutti gli aspetti della realizzazione di un lungometraggio con una capacità divulgativa non banale, unita ad una buona dose di curiosità intellettuale, la stessa che ha dato forma ai film più riusciti di questo grande cineasta.

Daniele Lettig

BLACK SWAN THEORY


Da poco nelle sale italiane, Black Swan è apparso per la prima volta negli Stati Uniti nel 2010, per la regia di Darren Aronofsky (vd. Requiem for a dream). Black Swan è uno di quei film che ti s’insinua nella mente e ti accompagna per la strada durante il ritorno dal cinema. Te lo porti dietro come uno strascico impertinente che si impiglia ad ogni passo sui tombini. Ti chiedi come mai ti sembra ancora di aver davanti agli occhi una ballerina di danza classica che piroetta vertiginosamente
su di sé. Tutto nero. Partiamo da qui, dal nero. Nero è il cigno dionisiaco, il cigno che sente su di sé tutta la forza stremante delle passioni. Nero è il cigno che si lascia prendere dal più grande entusiasmo o dalla più devastante disperazione, non conosce sfumature, per questo è nero. Percepisce sulla sua pelle solo l’intensità. Il cigno bianco è invece il grazioso volatile dalle piume pettinate e ben aggraziato, ordina lo spazio che lo circonda e con raffinatezza si lascia coccolare dalle onde del lago. Cigno nero e cigno bianco vivono nello stesso essere, come due facce di una stessa medaglia, scura e chiara. Questa infatti l’intenzione del regista della New York City Ballet
Company, impersonato da Vincent Cassel, che vuole ridare gloria al suo teatro rivisitando il celebre Swan Lake di Tchaikovsky. Alla ricerca del cigno danzante in grado di sopportare ed esporre la tensione insolubile tra passione e ragione Cassel rivolge il suo interesse alla candida e pressoché vergine Natalie Portman, detta Nina. La ballerina, dotata di un talento eccezionale e rigorosa nello studio della danza, non riesce però a farsi investire dalle forzeirrazionali del cigno nero, che però sente prossime. Per un istante, la graziosa perde il lume e con un atto di violenza controllata aggredisce il direttore perché innervosita dalla possibilità di non prendere il ruolo. Inizia ad uscire la forza. Così Nina viene scelta interprete del cigno bianco e di quello nero. La giovane graziosa si lascia prendere sempre più intensamente dalle forze oscure del piumaggio corvino e gioca il suo ruolo per annullare le barriere che potenzialmente la separano dall’irreale.
Comincia la perdita del limite del sé, comincia la psicosi (così detta). Comincia la follia di chi si apre alla vita, di chi non riesce ad essere se non vivendosi fino all’estremo. Pur rischiando di precipitare nell’abisso sottostante, l’uomo che patisce soffre per vivere, ama la vita e l’accetta pur nella sua più grande pulsione di morte ma allo stesso tempo di piacere. Allucinazioni, violenze fisiche, masturbazioni. Nina non riesce più a separare ciò che vive dentro di sé e ciò che sta vivendo come cigno nero. La sua vita non ha più contorni che la proteggono dal divampare dell’arte. Percepita per la prima volta questa forza sublime, la ballerina si spinge a visitare i luoghi più bui che la interpellano dentro di sé.
Irruzione dell’assenza di senso, irruzione dell’imperfezione. Imperfezione che risiede nella tecnica, perfezione che vive nell’errore di farsi coinvolgere fino alla perdizione. Fusione completa tra vita e arte. Fusione che ogni tanto si coglie anche a livello filmico. Infatti, a volte si ha l’impressione di assistere ad un’opera dentro l’opera. Le musiche sono eccezionali, e la fotografia di Matthew Libatique arriva a cogliere le più tremolanti eccitazioni nervose. Il cigno nero schizza fuori dallo schermo piroettando come un irresponsabile animale passionale. Ti vorrebbe stordire e confondere. Chissà. Il finale del film è un crescendo vertiginoso che tira la pelle, strizza gli occhi e rovescia lo stomaco. Anche lo spettatore comincia a perdere le barriere che lo separano dalla sua sediolina rossa. Comincia a piroettare piroettare piroettare sempre più forte, fino al salto nel vuoto che lo attira. Il cigno nero è là. Nero. Muore. Vive.

INCONTRERAI UNO SCONOSCIUTO ALTO E BRUNO


“La vita è il racconto di un idiota, pieno di rumore e furia, che alla fine non significa nulla”. Inizia citando il Macbeth l'ultimo lavoro di Woody Allen, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, che a 76 anni continua a regalare film ai suoi affezionati spettatori. Certo, la battuta prospetta delle tinte alquanto pessimiste che non lasciano molto spazio alla speranza, ma proviamo a pensarci su. Insomma, non è un caso che si citi Shakespeare. Più passano gli anni e più i film del regista newyorkese si avvicinano alle opere del drammaturgo inglese: pensiamo ai protagonisti che si ritrovano a fronteggiare le vicissitudini che la vita impone, facendoci sorridere in un primo momento, per la loro naturale piccolezza, ma sconvolgendoci in seguito per il baratro buio e imprevedibile che si cela alle loro spalle. Così come “caratteristici” sono i personaggi forgiati dai rispettivi pigmalioni - Allen e Shakespeare -, mossi e spinti come marionette in una precisa costruzione degli atteggiamenti. E per concludere questa associazione di idee, la capacità d'intreccio e di azione di questo film fa tornare alla mente le pièce della penna inglese. Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni è l'ennesimo tassello della filosofia alleniana - forse scettica e magari cinica. Potremmo accostare il pensiero di Allen a Montaigne così come ci permettiamo di accostare Shakespeare al pensatore francese? Magari sì. O meglio, come vi piace, perché basta che funzioni. Ma scendiamo allora nel dettaglio del film ricordando che questa è una storia di abbandoni, di fede e di speranza, di passioni e ambizioni, e anche di cartomanzia.
Allora, Londra ceto borghese. C'è Helena (Gemma Jones), anziana che si reca da una cartomante per avere un supporto emotivo dopo essere stata abbandonata dall'uomo con cui era sposata per tutta una vita: au revoir razionalità, la folie de bienvenue. “Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno” la rassicura la veggente. C'è da crederci? Di nuovo: basta che funzioni.

E poi c'è Alfie (Anthony Hopkins), l'ex marito, che colto da una tarda joie de vivre si accompagna ad una giovane bionda avvenente, una ragazza di nome Charmaine (Lucy Punch), che dice di far l'attrice, ma per “sbarcare il lunario” professa il mestiere più vecchio del mondo. Sally (Naomi Watts) è figlia di Helena e Alfie, che tenta di destreggiarsi nel mondo delle gallerie d'arte, finendo col prendere una sbandata per il suo capo Greg (Antonio Banderas). Roy (Josh Brolin) è il marito di Sally, “scrittore da un libro”, che dopo l'unico successo giovanile colleziona fiaschi e fallimenti – sia artistici che lavorativi. E infine c'è Dia (Freida Pinto), la ragazza che dalla finestra opposta con i suoi abiti rossi fa innamorare Greg. Come destreggiarsi in questo dedalo di rapporti, di frustrazioni e di difficoltà? È difficile da accettare, ma l'unica via di fuga resta l'inganno che porterà i personaggi ad una realizzazione instabile e precaria di sé, sempre in bilico in un equilibrio precario.

I GATTI PERSIANI

Due ragazzi, lui tastierista e lei cantante, cercano altri musicisti per formare una band pop rock. Vogliono suonare le loro canzoni, avere successo, andare all’estero, a Londra magari. Fin qui niente di nuovo. Ma se mettiamo i due ragazzi in uno stato dittatoriale e religiosamente integralista, dove chi non suona la musica “consentita” finisce in carcere per due o tre mesi e si vede confiscati gli strumenti, allora la prospettiva cambia. Ashkan e Negar sono i protagonisti di questo film iraniano del 2009, vincitore del premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Nella loro ricerca di una band i due si imbattono in Nader, un maneggione logorroico che per campare vende dvd pirata, e che ha molte conoscenze nell’underground musicale di Teheran. Nader accompagna i due ragazzi (e noi spettatori) tra vicoli tortuosi e sale prove imboscate; loro alla ricerca di componenti per formare il gruppo, e noi alla scoperta del mondo musicale giovanile di un paese controverso come l’Iran. Le diverse situazioni presentate sono sorprendenti, a volte grottesche, come il gruppo (che suona come i Mars Volta) che per provare senza rischi deve aspettare che un vicino esca a passeggiare; oppure i metallari che suonano in una stalla, tra il fieno e le mucche, perché non trovano altro posto per provare. La cosa simpatica è che per ogni band c’è lo spazio di una piccola esibizione, durante la quale il film si trasforma in una sorta di videoclip dove la musica accompagna le immagini della città e dei suoi abitanti. Tra una canzone e l’altra la storia prosegue con il tentativo di organizzare un concerto (ovviamente illegale) per raccogliere i soldi necessari al pagamento dei passaporti (falsi), unico modo possibile per lasciare il paese. Il risultato è notevole, soprattutto se si pensa che il film è stato girato in clandestinità, senza permessi (pare che il regista Ghobadi abbia corrotto con dei dvd illegali alcuni poliziotti, per chiudere un occhio durante le riprese in esterno). La videocamera spesso segue i tre protagonisti in stanze piccole e buie, attraverso scale e corridoi contorti, e vie piene di saliscendi e di curve, come a dimostrare simbolicamente la difficoltà del percorso di quei ragazzi che per un sogno si mettono contro all’autorità. I toni sono comunque leggeri, fino all’improvviso e inaspettato epilogo. L’urgenza dei musicisti rappresentati e de I gatti persiani è la stessa: dimostrare come si può resistere a chi vorrebbe limitare ogni libertà, e documentare questa resistenza attraverso il proprio lavoro e il proprio impegno. Loro ci credono davvero. Anche se può sorprenderci che qualcuno debba lottare e rischiare per ottenere quello che invece per noi è immediato e disponibile, dobbiamo ricordarci che la libertà non è né gratis, né scontata. Un film come questo può esserci d’aiuto.

LAST NIGHT

Last night il film d’apertura del festival internazionale di Roma, dopo aver fatto molto parlare di sé è finalmente in tutte le sale italiane. Opera prima della regista Massy Tadjedin - americana di origine iraniana - la quale porta sullo schermo le trentasei ore di una coppia innamorata con una pellicola dai toni spiccatamente melodrammatici. Michael e Joanna sono una coppia felicemente sposata, stanno insieme dai tempi del college, lui progetta ristrutturazioni di immobili, lei cerca di riprendersi dal blocco dello scrittore dopo il successo del primo libro. I due sposini conducono una vita agiata nel loro costoso appartamento e ricalcano il perfetto quadro borghese di una giovane coppia. Joanna, interpretata da una sorprendente Keira Knightley, durante una cena di lavoro viene turbata dalla complicità del marito manifestata nei confronti di Laura, sua nuova seducente collega (Eva Mendes). In Joanna prende forma una profonda gelosia che la porta ad affrontare Michael, il quale le confessa l’innocente attrazione provata per la ragazza. La regista mostra particolare cura nel rappresentare il nido d’amore della coppia e impostando da qui le pieghe che prenderanno gli sviluppi futuri del lungometraggio, lasciando aperta la porta del dubbio. La mattina seguente Michael, interpretato dal protagonista di Avatar Sam Wortinghton, si reca a Philadelphia per lavoro in compagnia della bellissima Laura. In Michael nasce la fantasia di concedersi a quell’infedeltà accusata dalla moglie. Aumenta di conseguenza l’attrazione sperimentata da lui verso Laura. Joanna rimasta a New York per cercare di scrivere il libro si imbatte in Alex (Guillame Canet), un vecchio amore. Un attimo e la passione si riaccende.
Last night indaga il gioco di coppia, mostra due punti diametralmente opposti che danno vita a tradimenti e bugie coperti da un velo di ipocrisia il quale sembra caratterizzare la relazione di coppia. Joanna deve affrontare un amore mancato, e rivive la forte passione trascorrendo la notte con Alex sullo sfondo di una fascinosa New York guardiana dei segreti più profondi dei propri abitanti. Non si può fare a meno di notare la forte presenza della musica del compositore inglese Clint Mansell, la quale sottolinea maggiormente, attraverso le proprie cadenze poetiche, l’entropia dei sentimenti, quale ingrediente segreto di questa sublime pellicola. Massy Tadjedin ci mostra gli sviluppi delle due storie che su due piani diversi svelano l’intricato e irrazionale mondo della relazione di coppia. I “saldi” principi di Michael invece vengono minacciati e tentati dalle attenzioni della avvenente collega, che su quel versante si dimostra essere più libera, confondendo il protagonista, e conducendolo ad uno smarrimento di identità. Qui il tradimento è imperniato dalla carnalità al contrario di quello di Joanna che riflette il sentimento profondo, caratterizzato dall’impossibilità dell’appagamento. Cast d’eccezione e tutti all’altezza dei propri ruoli, soprattutto per la giovane Keira la quale incarna magnificamente il ruolo della giovane moglie perfettina costretta ad affrontare l’imprevedibilità del destino.

LASCIAMI ENTRARE

Lasciami entrare è un viaggio intimo che ci guida alla conoscenza di un vampiro a cui non viene data la solita rappresentazione di un essere malvagio, ma l’immagine di qualcosa di fragile e delicato. Qua nasce la necessità di scegliere un soggetto che nella vita umana non aveva ancora raggiunto la sua piena maturazione e stabilità. Dodici anni è l’età giusta per descrivere questo stato di incertezza. La protagonista ha dodici anni da ormai troppo tempo e l’unica cosa che sa è cosa non è: una ragazza. Convive con una realtà violenta che non le appartiene, ma a cui non c’è nessuna via di uscita, se non quella di stare a stretto contatto con la cattiveria repressa della natura umana, che per lei diventa la spinta per continuare a sopravvivere in questa sua ripetitiva esistenza al di fuori della storia. Lasciami entrare è anche il racconto della vita di un dodicenne solitario che cerca pian piano di crearsi un suo mondo, lontano dalle incomprensioni familiari e da quelle con i suoi coetanei. Per questo motivo si nasconderà all’interno di un’amicizia che non ha pretese e che pian piano lo farà evadere dalla sua realtà terrena. Lasciami entrare parla del modo in cui due entità opposte, come la candida neve e il turgido sangue, si possano incontrare e fondere assieme all’interno di una fredda e pittoresca Stoccolma.

URLO, IL FILM


I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves throught the negro streets at dawn looking an angry fix. Questi sono i versi d'apertura di Howl di Allen Ginsberg, narratore di un'America anni '50 lacerata tra maccartismo e Guerra Fredda. Questo poema, divenuto manifesto di una generazione mitica - anche per motivi extra letterari -, esprime quel sentimento di controcultura che caratterizzerà il percorso artistico e sociale degli Stati Uniti, ma non solo: la rivolta degli anni Sessanta, le sommosse studentesche, l'emancipazione sessuale, la droga, Jimi Hendrix, Bob Dylan e James Dean. Un'onda d'urto che cambierà per sempre il modo di vivere e di interpretare la realtà. Non bisogna dimenticare che il testo è stato scritto nel primo decennio dal secondo dopoguerra. In una società ancora provata dall'incubo della storia, la cultura è il motore che si tende al futuro. E così, giovani come Ginsberg o Kerouac si impossessano delle avanguardie europee, suggestionati da Rimbaud, Céline, Pound, o dal dadaismo, e lo fondono con i suoni della loro terra, da Withman al jazz di Parker e Monk, per dar forma a quella ricerca di ritmo e di respiro che verrà chiamata bebop.
Rob Epstein e Jeffrey Friedman decidono di trarre un film che possa raccontare la vita di Allen Ginsberg - interpretato da un James Franco (lo ricordate in Spider Man e Milk?) magistralmente somigliante al poeta -, e le atmosfere di quel periodo, facendo ruotare la vicenda attorno a Urlo. Scritto tra il 1955 e il 1956, stampato in quello stesso anno, l'opera venne processata nel '57 per oscenità - come fosse Madame Bovary o I fiori del male per intenderci.
Il film si struttura in tre situazioni che si sovrappongono e si influenzano. In bianco e nero viene rievocata la mitica lettura del 1955 di Urlo alla Six Galery di San Francisco, dove un giovane Ginsberg interpreta il testo per un manipolo di ragazzi in estasi, ma anche e soprattutto per l'amato Kerouac. S'inframmezza un lungo monologo-intervista in cui Ginsberg racconta della sua giovinezza tra alti e bassi, dell'incontro con Kerouac e la poesia, e di quel gruppo beat - che poi gruppo non aveva intenzione d'essere. E ancora i suoi rapporti con Cassady in giro per l'America, la felicità con Orlovsky e il pensiero a Carl Solomon. Questa parte del film è forse la più interessante perché, a mo' di documentario, riprende e ripete le numerose interviste e i numerosi estratti autentici dell'autore.
Una seconda parte della pellicola dà vita agli allucinanti long lines del poema, che grazie a disegni d'animazione esprimono il panorama urbano decadente dove la vita si è fatta assurda e l'uomo tende all'autodistruzione per evadere da una prigione mentale. Eserciti di impiegati marciano regolarmente tra immensi grattacieli, in un movimento univoco di produzione e consumo di massa – Moloch the incomprehensible prison.
La terza faccia del film è quella che affronta il processo per oscenità, espressione della chiusura culturale e sociale del periodo, gesto estremo della caccia alle streghe del senatore McCarthy. L'imputato è il poeta Lawrence Ferlinghetti, reo di aver stampato l'opera di Ginsberg nel suo City Lights Bookstore, fermamente convinto che quello scritto fosse un'opera d'arte. Ciò che si rimproverava a Urlo era l'uso di parole forti, il riferimento alle droghe e l'esplicito riferimento all'omosessualità. Cose impensabili nell'America puritana e conservatrice anni '50 - ricordate, quello stesso paese che calza stretto al giovane Holden, o che ultimamente è stato così ben descritto da Philip Roth in Indignazione -. Così, ai piedi della corte ci si chiede che cosa sia la letteratura, e tra interrogatori e risposte vaghe, è il poema stesso a uscirne vincitore, e assieme a lui, la libertà artistica. Il film, che ha partecipato al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino, è nelle sale italiane già da un po', mentre negli Stati Uniti lo si attende per il 24 settembre 2010. Viene da chiedersi quale sarà la reazione del pubblico americano nel rivedere quel loro casareccio “caso” culturale.

DRAQUILA A TRIESTE

Il giorno 5 giungo 2010, alle ore 21.15 circa, Sabina Guzzanti ha riempito e miracolosamente inscatolato una quantità non indifferente di carne umana all’interno del cinema Ariston di Trieste. Presentava il suo ultimo lungometraggio Draquila, l’Italia che trema in anteprima al festival di Cannes, snobbato a modello dall’italiano benpensante. Dopo Viva Zapatero! (2005) e Le ragioni dell’aragosta (2007), la censurata Guzzanti torna a fare del bene alla libertà d’informazione italiana, che si sa, non gode certo di buona salute, come quella del Benin e di Tonga per intenderci (fonte Freedom House). Il gagliardo ma inquietante film dipinge un’istantanea dell’Italia odierna alla guida di un governo, quello berlusconiano, denominato “dittatura della merda”. A partire dalle macerie del disastroso terremoto aquilano, la coraggiosa regista si fa strada nel guazzabuglio politico speculante soldi pubblici, e simpatizzante di disastri naturali, altrimenti detti “grandi eventi”. Ebbene sì, l’ingegnoso piano berlusconiano si risolve magistralmente in un equivalenza degna del più celebre matematico: emergenza = grande evento. La protezione civile, organo che nasce per soccorrere la popolazione italiana nell’immediato (e solo nell’immediato) periodo che segue a un’emergenza naturale, si sta oggi evolvendo a mo’ di transformer o pokemon in una società per azioni, dilapidando soldi pubblici statali. Gite pontificie, gare di nuoto, summit internazionali e molti altri grandi eventi sono oggi gestiti dalla protezione civile. Inutile e difficile condensare in poche righe tutti quegli spunti che Draquila riesce invece a mostrare con passione e intelligenza, con la sottile vena ironica che caratterizza la Guzzanti, e che purtroppo nient’altro è se non realtà. Il senso di vuoto devastante che proverete nel guardare questo film non ve lo toglierà nessuno, statene certi. Ma è importante sapere cosa ne è di questo paese che abitiamo e, se intendiamo volerne il bene, renderci autonomamente pensanti e soprattutto agenti. Allego qui un video che ho registrato durante il confronto della Guzzanti col pubblico, quel sabato sera del 5 di giugno, nella speranza di gettarvi addosso un pizzico di curiosità. Su youtube c’è anche il trailer. Per concludere sarà sufficiente citare le parole dell’unico sopravvissuto alla prigionia delle tendopoli: “Se ti prendono, sei finito”!



CASHBACK

Cashback è un elegante e patinato film inglese uscito in patria nell'oramai lontano 2006, e a oggi mai apparso sui nostri schermi. Sean Ellis firma il suo primo lungometraggio dopo l’omonimo cortometraggio - candidato all’oscar nel 2004 – poi adattato sul grande schermo. Il film ha riscosso un enorme successo di pubblico e critica al di là delle aspettative. La sceneggiatura scritta sempre dallo stesso Ellis, riesce a mescolare elementi appartenenti al mondo della finzione con quello della realtà, che danno alla pellicola quelle caratteristiche sognanti da fiaba romantica senza tempo. In ogni favola che si rispetti possiamo trovare l’eroe intento a fronteggiare una serie di difficoltà sottopostogli durante il cammino. E non è da meno questa pellicola nella quale possiamo trovare, già dai primissimi fotogrammi, il nostro protagonista Ben alle prese con il suo primo ostacolo più grande: la rottura con la sua ragazza Susan. Questo porta Ben a cercare di capire quali possano essere i motivi che hanno segnato la conclusione della loro lunga storia d’amore. Egli non si dà pace e questa tortura lo porta a soffrire di una fastidiosa insonnia, procurandogli otto ore in più di tempo libero. Ben è costretto a impiegarlo in qualche modo per potersi distrarre dalle pene d’amore che non lo abbandonano. Trova lavoro in un supermercato aperto 24 ore su 24, nel turno notturno, in compagnia di strampalati colleghi. La stravagante particolarità dei personaggi che circondano Ben colorano la pellicola di quella giusta dose di comicità demenziale costituita da numerose gag - mai eccessiva o fastidiosa - dal gusto tipicamente inglese. Soprattutto, senza rovinare lo sfondo poetico e surreale voluto dal regista. Ben è un artista e studia all’università sperando un giorno di esporre i suoi lavori in qualche galleria d’arte. Il regista esprime la sensibilità del protagonista dotandolo di una particolare percezione in grado di arrestare il tempo, permettendo così a Ben di poter cogliere tutte quelle sfumature impercettibili costituenti della bellezza, altrimenti invisibili. Cashback è un trattato sul bello, che il protagonista individua ed esprime nella forma del corpo femminile. L’eroe di questa romantica fiaba si ferma in quel suo mondo atemporale, a contemplare quegli aspetti che solo un artista ha la capacità di cogliere. Infatti il regista si diverte a saltellare da uno spazio temporale all’altro fondendo in un unico tessuto narrativo fantasia e realtà. Ben incomincia a sentirsi sempre più attratto da Sharon, la sua nuova collega di lavoro. Una scena particolarmente significativa è quella in cui, seduti in un pub, Sharon descrive a Ben la sua fascinazione nei confronti del mondo dell’arte. Mondo nel quale l’artista ha la capacità di vedere la bellezza in ogni cosa, di poterla catturare e di fissarla al muro perché tutti possano vederla. La rottura della relazione con Susan, e poi il nuovo amore nei confronti della collega, porta Ben a intraprendere un’indagine sull’amore e ad approfondirne quelle caratteristiche che lo uniscono al significato del bello. Una regia raffinata e divertente allo stesso tempo, contraddistinta da complicati e virtuosi piani sequenza, che non portano mai a un eccesso di manierismo gratuito. Le interessanti carrellate e il montaggio ad effetto “congelamento temporale” sono la base portante di questa estetica patinata che dona quel tocco poetico al film. Cashback è uno di quei film come tanti altri che non trovano posto nelle nostre sale cinematografiche e snobbati ferocemente dal mercato italiano, ma che sicuramente meritano una degna attenzione (soprattutto se visti o ascoltati in lingua originale) da parte di tutti coloro che amano sognare e credono che nell’amore possa esistere sempre un lieto fine.

I LOVE FAR EAST FILM FESTIVAL

Si conferma anche quest’anno a Udine il successo ormai consolidato da ben 11 edizioni del Far East Film Festival, che nel mese di aprile per 9 giornate ha ospitato il cinema orientale. Per pochi giorni, la tranquilla cittadina friulana si trasforma in un punto d’incontro per la cultura cinematografica contemporanea “mittelasiatica”, tra bancarelle di oggettistica “made in orient” e bookshop sparsi per tutto il centro della città. L’inaugurazione del Festival ha avuto luogo il 23 aprile presso il Teatro Giovanni da Udine, e ha dato inizio ad una vera e propria scorpacciata di film. Oltre 60 lungometraggi proposti dal panorama asiatico e che in patria sono già campioni d’incassi. Dopo la cerimonia d’apertura della kermesse, la prima serata è iniziata con la proiezione di Sophie's Revenge della regista Eva Gin, la quale orchestra in questa pellicola una divertente commedia romantica. Non sono mancate nemmeno le anteprime mondiali, come The Arrival del regista filippino Erik Matti, ormai noto habitué del festival. Anteprima assoluta è stata anche quella del Giapponese Sakichi Sato con la sua spassosa crime story Bugs Detective. Un altro ritorno è quello segnato dalla presenza del regista di Hong Kong, Pang Ho-Cheung con lo "slasher"Dream home, che ha chiuso strepitosamente la prima giornata della manifestazione. Come ogni anno il Festival non si fa mancare la presenza di registi esordienti, come ad esempio il timido cinese Qing Yang con il suo primissimo lungometraggio One night in a supermarket. Base portante del suo lavoro è il montaggio che sembra sviluppare un linguaggio proprio. La pellicola, definita “black comedy” e ambientata in un anonimo supermarket in un’altrettanto anonima città cinese, è incalzata da una serie di eventi disastrosi che portano i personaggi di questa storia in una spirale, apparentemente senza alcuna via di fuga. Non sono mancati neanche gli acclamati ritorni del calibro di Wilson Yip che, dopo Ip Man, presentato nella scorsa edizione, torna con il sequel. Assolutamente imperdibile per tutti i devoti del rassegna e per gli appassionati del terrore è l’Horror Day. È tradizione ormai consolidata che durante l’arco di tutta la giornata di mercoledì venga proiettata una serie di film a tema horror. Tra scene sanguinolente e urla spaventate, non mancano tra il pubblico anche fragorose risate che spezzano la tensione in sala. A presentare il secondo film di questa serata, un inquietante thriller horror dalle torbide atmosfere psichedeliche intitolato Slice. È salito sul palcoscenico anche Federico Zampaglione, dopo il suo attesissimo horror movie Shadow. Come sempre sono state immancabili le retrospettive proposte sul cinema visionario, quest’anno ben due: la prima dedicata a una delle più famose case di produzione giapponese, la Shin–Toho e la seconda invece al regista Patrick Lung Kong. La sera di sabato primo maggio, la rassegna si è conclusa in festa con la proclamazione da parte del pubblico del film Castaway on the moon quale vincitore. Si è aggiudicato i premi Black Dragon Audience Award e l’Audience Award. Alla pellicola Accidental Kidnapper il pubblico assegna il secondo posto per il Black Dragon Audience Award e il terzo posto per l’Audience Award. Da non mancare l’appuntamento il prossimo anno.

AGORA', IPAZIA SECONDO AMENA'BAR

Gesù Cristo. I discepoli. I farisei. Agorà non fa altro che riproporre un Vangelo in cui le “parabole” e i “miracoli” sono la scienza e la filosofia, mentre i carnefici sono i cristiani delle origini, dei ceffi rozzi detti “parabolani”. Ipazia è una filosofa e donna di scienza che vive ad Alessandria d'Egitto tra il quarto e il quinto secolo d.C., nel periodo in cui il cristianesimo diventa religione ufficiale dell'ormai morente Impero Romano. A causa del suo rifiuto a sottostare a un qualsiasi culto, viene uccisa. È una donna che insegna: “Se io e te siamo uguali, anche il terzo è uguale a noi” (siamo tutti fratelli); si oppone ad ogni forma di violenza (porgi l'altra guancia), è un personaggio che non si piega al potere, credendo nella scienza e nella filosofia al di sopra di tutto, anche della vita, come fossero divinità. Nulla di nuovo, quindi. Esattamente come Gesù Cristo nella maggioranza delle rappresentazioni, di umano ha poco più che l'aspetto. È circondata da personaggi dalle molteplici sfaccettature, che sbagliano, si emozionano, si struggono (come il prefetto Oreste e lo schiavo Davo). Lei invece non fa un errore, perdona le violenze, si fa uccidere senza ribellarsi, non vuole essere difesa e non fa nulla per difendersi, fedele fino in fondo alle sue idee. Pensa soltanto “alle stelle”, ai suoi studi astronomici. Inutile dire che, pur essendo un film che evidenzia i crimini del primo cristianesimo, sia imbevuto di retorica e di eroismo all'americana. Da un regista europeo ci si poteva attendere un film più riflessivo, con un personaggio ben caratterizzato, meno ieratico. Il sapere non è lontano e sacro, non è un'icona da appendere al muro che per essere profanata dev'essere staccata dal chiodo. Il sapere è vivo, rimbalza, scuote, si compromette, incespica, a volte è antipatico o nervoso. Non è imponente e flemmatico, non dà sicurezze come fa invece la figura di Ipazia, che a parole dubita sempre, ma nella recitazione, nella postura, nei gesti, nel modo, sembra non dubitare mai. Mi sarei aspettata una donna vivace, provocatrice, carismatica, che trascina le folle. Pare infatti che il suo ruolo storico sia più vicino alla strada che al tempio: essendo una neo-platonica Ipazia non insegnava a una ventina di eletti, ma parlava in piazza, e chi era in grado di rispondere o di fare delle domande veniva trattato alla pari. La filosofa era una figura forte e importante a livello politico: questo è probabilmente il vero motivo della sua uccisione (e non solo, come nell'intreccio, la paura che ella influenzi i suoi amici illustri). Ma sono diversi i punti della pellicola dove la verità storica è passata in secondo piano. Ad esempio, per sottolineare l'austerità della protagonista, sono stati inventati due amori non corrisposti. Le scene in cui si sarebbe potuto travisare il rapporto tra la filosofa ed altri uomini sono state però riproposte in tutti i trailer e le recensioni pre-proiezione per rendere il prodotto-film più appetibile, spesso travisandone il contenuto reale. Inoltre il personaggio di Sinesio, figura anticonformista nella chiesa del tempo, sposato, con figli e contrario a molti dogmi della chiesa nascente, nel film è un cieco osservatore delle leggi cristiane. E ancora: la biblioteca che si vede distruggere dai parabolani (e che costituisce la scena più toccante dell'intreccio) non è quella simbolo della città, ma il Serapeo, una biblioteca minore; il film abbonda di spade, nonostante ai tempi, a causa dei disordini sociali, ad Alessandria fosse proibito portare armi. Ipazia è stata infatti scuoiata viva con delle conchiglie affilate, cosa che nel film le viene (e ci viene) risparmiata. Della trama è interessante il contenuto sociale, molto forte anche oggi: il fondamentalismo religioso porta morte ed emarginazione sociale, è il genocidio della cultura e della società stessa. Oreste non si inchina di fronte al vescovo Cirillo dopo aver ascoltato un testo lesivo per la dignità delle donne, e per questo “pecca” e rischia il linciaggio. Lo Stato è costretto a piegarsi al volere della religione, qualsiasi cosa essa dica, perché le masse ne sono condizionate. Il film, a tratti acuto, spiega anche perché la religione dei parabolani attirasse tanto il popolo: si vede come effettivamente non tenessero oro con sé, vivessero con poco e non ci fosse differenza tra uno schiavo e una persona di un altro rango. Il prezzo di queste novità era l'accanimento contro chiunque professasse una fede diversa, o peggio nessuna. Soprattutto nel caso di una donna.

L'UOMO SERIO DEI COEN

Tornano i fratelli Coen a distanza di un anno dopo Burn After Reading - A prova di spia con l’attesissimo A serious man. Ancora una volta, Joe e Eathen Coen propongono la visione dell’incombere devastante del destino sui corpi inermi e passivi dei loro personaggi, che nulla possono contro un mondo che nuota contro corrente. Questo tema è molto presente in quasi tutta la loro filmografia, e contraddistingue i due registi in una persistente visione grottesca del mondo: intrisi di sfumature ironiche, spesso dovute alle componenti situazionali in cui i personaggi vengono inseriti, i loro film innescano nello spettatore una sensazione straniante. Questi elementi amari e allo stesso tempo comici, dominati dall’avidità e dalla violenza, vogliono sottolineare la stupidità umana, ridicolizzandola, trasformando così la tragedia in un’amara ironia beffarda. Dunque, l’ironia sottile e pungente non manca neanche in quest’ultima pellicola dove i “fratelloni” non si fanno mancare i tratti goffi, caratterizzati dalla sfortuna che accompagna fin dall’inizio il protagonista Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), un professore ebreo di fisica di un liceo. Il film è ambientato nella periferia di Minneapolis intorno agli anni ‘60, e si focalizza sulle disavventure di un “a serious man”. “Nulla può dirsi certo”, questo è quello che Larry insegna ai suoi studenti a proposito del principio di indeterminatezza, e fin dalle sue prime apparizioni, sulla scia di questa massima, niente sembra più andare nel verso giusto: nel luogo di lavoro viene corrotto da uno studente e dal suo genitore, e ancora, si trova ad affrontare delle anonime lettere diffamatorie. Inizia così la vorticosa e inarrestabile discesa verso la rovina del protagonista. Le sue torture non hanno fine ma continuano anche nel focolare domestico, dove regna una completa indifferenza da parte dei figli e della moglie; quest’ultima, come se non bastasse, lo lascia per il suo migliore amico. La figura dell’amante porta quei tratti assurdi propri della tradizione filmografica dei Coen: come se nulla fosse, l’amante chiede all’amico una tranquilla e ordinata separazione con rito ebraico. I registi pongono l’accento sulla situazione alterandola e portandola al parossismo. Producono così un effetto straniante, di cui sono impregnati i personaggi che ruotano attorno al protagonista, il tutto disorientando lo spettatore. Non si salva nessuno, tutti i personaggi passano sotto il giudizio dei registi, e ognuno di loro abbandona la normale percezione della logica. Al contrario di Larry - cui i problemi non fanno altro che piombare addosso -, il fratello riesce invece a essere egli stesso l’artefice dei propri guai - dal gioco d’azzardo alla sodomia. Smarrito e afflitto, il protagonista si affida alla saggezza dei rabbini come guide spirituali, cercando una soluzione alle sue sventure nelle massime e nelle regole religiose. I registi, che sono anche sceneggiatori, inventano la loro storia ispirandosi, come loro stessi hanno affermato, a personaggi realmente esistiti durante la loro infanzia trascorsa nel Midwest. A far da cornice alle ambientazioni anni ‘60, c’è l’azzeccatissima scelta musicale che va da Jimi Hendrix ai Jefferson Airplain. Lo spettatore, nonostante sia totalmente immerso nella tortuosa storia delle peripezie del protagonista, non può dimenticarsi dello strano prologo d’apertura apparentemente scollegato, dove tempo e luogo sono lontani dagli eventi dell’America anni ‘60. Una coppia riceve nella propria casa uno stanco benefattore che il marito ha invitato a ripararsi dalla tormenta di neve. Si scopre però, che la moglie lo conosce già e che in realtà lo credeva morto. Questo fa di lui un demonio per la tradizione ebraica, un dybbuk, innescando nella mente della donna, rispettosa e fedele alla propria tradizione, un presagio di sventura mandato da Dio. Inizia così la tragi-comica storiella ambientata in uno Shtelt polacco ottocentesco in una notte sommersa dal gelo da una tormenta di neve.
Questo strano siparietto iniziale parlato in lingua yiddish prepara lo spettatore, creando in esso quella che il sociologo Erving Goffman chiamerebbe una “definizione della situazione”, che produce nel pubblico un preciso stato d’animo - che in questo caso servirà inconsciamente allo spettatore per immergersi nello spirito giusto. Infatti, fin dall’inizio si percepisce un’atmosfera di tristezza nei confronti del protagonista, che sopporta con amarezza le sventure che si pongono sulla sua strada, mettendolo così duramente alla prova, trasformandolo in un biblico Giobbe in chiave moderna. Ancora una volta i Coen riescono a regalarci delle perle di saggezza, lezioni di vita, trasformate in teatrino, elaborando una sceneggiatura che diventa per lo spettatore un piacevole colpo allo stomaco.

TRIESTE E L'EVENTO INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI FANTASCIENZA

In via san Nicolò passeggiava con noncuranza un gruppo di jedi. Al Caffè Tommaseo decine di giornalisti vestivano borsette di tela da cui sbucavano poster con uomini-pesce, mentre in Piazza Unità poteva da un momento all’altro fare la sua comparsa Christopher Lee. Cos’è successo a Trieste dal 22 al 28 novembre 2009? La risposta si poteva trovare al Cinecity, che in quei giorni ha ospitato uno dei più importanti Festival del cinema di Fantascienza a livello europeo:Science+Fiction. È un evento che accoglie sia pietre miliari del cinema sia giovani registi che si contendono i premi di critica e pubblico. La Cappella Underground, storica associazione triestina per la ricerca cinematografica (che si trova vicino a tutte le nostre sedi di Facoltà), nel 2000 ha deciso di riprendere l’organizzazione di quest’evento e dal 2002, in collaborazione con la rivista Urania, di premiare ogni anno la carriera di una personalità fondamentale per il cinema di fantascienza. Del premio 2009 sono stati omaggiati due personaggi: il grande attore Christopher Lee e il regista poliedrico Roger Corman. Nella prima giornata del Festival hanno suonato dal vivo i Massimo Volume, gruppo della scena underground italiana che ha musicato il film muto Il crollo di Casa Usher di Jean Epstein. Con martedì invece è iniziata la proiezione dei “neon”, pellicole di giovani proposte della fantascienza cinematografica che per tutta la settimana si sono contese il premio Asteroide, vinto infine dalla prima coproduzione animata russo-nipponica della storia: First Squad: The Moment of Truth. Si tratta di un film ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, dove una giovane veggente è in grado di prevedere il momento in cui qualcuno cambia le sorti di una battaglia: grazie a questo aiuta un gruppo di ragazzini dell’Armata Rossa a combattere contro i nazisti. Il pubblico invece ha premiato il più leggero Timer, una commedia sentimentale che di fantascientifico ha solo l’idea, però si distingue grazie ad una buona regia. La trovata è quella di un futuro vicino al nostro in cui tutti possono farsi installare un aggeggio sul polso in grado di accendersi ventiquattro ore prima dell’incontro con l’anima gemella: questo genera in alcuni personaggi un’estrema razionalizzazione dei sentimenti. Ma la regista non si sbilancia in facili moralismi, limitandosi a descrivere l’intreccio dai diversi punti di vista, e obbligando il pubblico a rifletterci da solo. Poteva capitare, durante le proiezioni, di sedersi accanto a giovani registi di tutte le nazionalità, spesso sconosciuti ed emozionati, o a qualche personalità della giuria, composta da critici, fumettisti, registi e scrittori tra cui Antonio Serra, Gilles Esposito e Bruce Sterling. Tra i personaggi “in vista” che si potevano incontrare al Cinecity c’era anche Federico Zampaglione, premiato per il suo thriller-horror Shadow, già molto apprezzato dalla critica in Inghilterra e in Catalogna. Diversi scettici sono rimasti sorpresi dal talento del frontman dei Tiromancino, nome che associato all’horror avrebbe potuto destare qualche perplessità. Invece il pubblico di Science+Fiction, assistendo alla première nazionale, si è trovato davanti un film pulito ed equilibrato ma allo stesso tempo onirico e disturbante, ben diretto, con rimandi a Lamberto Bava e Dario Argento. Quello che ha stupito di più la sala è stata la forte tematica sociale, insolita per il genere, e l’ottima scelta del cast: l’unico attore presente in sala, che interpretava l’antagonista, è stato coperto di applausi. Un altro film che usa gli strumenti del fantastico per parlare di problemi sociali è stato The Age of stupid, documentario proiettato in collaborazione con LaREA – ARPA FVG, che affronta temi scomodi come l’inquinamento e il riscaldamento globale. Oltre alle proiezioni cinematografiche, il festival ha ospitato le conferenze Art&Scienza in collaborazione con la SISSA, dove si è parlato del connubio tra scienza e fantascienza. Tra gli altri incontri, Bruce Sterling ha parlato di scienza e tecnologia nella fantascienza cyberpunk e Paolo Attivissimo ha smontato, come spesso fa con le bufale delle “catene” online, la tesi di chi sostiene che l’uomo non abbia mai realmente messo piede sulla luna. Quest’anno il satellite più caro all’uomo e alla fantascienza festeggiava i quarant’anni dall’incontro con i primi astronauti: per celebrare quest’evento a conclusione del festival è stata proiettata l’attesissima anteprima del film Moon di Duncan Jones. Dopo la proiezione, in camera ho appeso il manifesto di Science+Fiction 2009. La luna mi osserverà fino al prossimo festival.

Alessia Dagri