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PER LEI

Vi son momenti nella vita in cui si è coinvoltissimi nell’amore. Pensieri d’amore stipati in ogni percezione. Io penso al mio continuo bisogno di essa (considero l’amore come di genere femminile), alla sua assoluta importanza. Penso quanto il suo volo valga il precipizio. Penso a lei talmente tanto che ho dei giorni in cui mi masturbo o rimango a pensare di farlo. Mi prendo un dolce angolo di divano e penso a una pelle cui dedicarmi, a un desiderio che non si esaurisca mai.
Continuo a torturarmi sulle decisioni quotidiane e sulle scelte future. Poi mi colpisce una consapevolezza sulla vita. L’amore ne è il centro e difatti, della mia, ne è la priorità. A chi dimostra di pensare prima al conto corrente lascerei le capre.


Cos’è questa spinta?
Voglio l’amore. Ubriacarmi di lei continuamente e da tutti i suoi flussi. E sono grato di essere consapevole della propria potenzialità, o meglio, della sua precedenza a tutto. Avanti a lei non vedo altro. Chi s’inoltra senza, incespica ciecamente, si trascina avanti con ipocrisia, con devianza, e non con l’idea che forse è l’amore, l’illusione più reale della nostra esistenza. Addirittura che ne sia l’unica concretezza.
Con che parole descriverla?
L’amore. Quella naturale, diretta, silenziosa, autoalimentata, primaria. Sì, perché essa è aprioristica al resto. Prima s’intreccia le lingue, poi si fa il caffè. Prima si passa le labbra sulla punta del capezzolo, poi si fa il nodo alla cravatta. Prima si lecca dal principio delle natiche fino all’ultimo millimetro del clitoride, magari oltre, poi con parti del viso ancora umide si rimane in fila per pagare le bollette (i non trombanti penseranno sia una sfortunata e anomala sudorazione).
L’amore è ovunque. Ci invita e ci tenta. Basta osservare il cielo primaverile e i suoi fiocchi di polline scendere come neve. Amore che chiama. Amore nell’aria.
No. Ecco l’amore denigrato. L’amore represso. L’amore deviato.
Ho incontrato coraggiosi idioti soffermarsi su un “chissà perché fare la puttana è il mestiere più vecchio del mondo”. Ho dovuto rispondere loro che fare la puttana non solo dovrebbe acquisire meritata dignità, ma essere un ideale di coraggio e prestigio. Io sarei di certo un fermo sostenitore della CISL (Confederazione Italiana Sgualdrine e Lupanari). Avrei anche le bandierine in macchina, probabilmente.
E parlo di lei. Parlo d’amore.
Nei momenti in cui passeggio gongolandomi negli ossequi alla Signora, mi capita di sognare la sua rivalsa. Per strada sogno di essere additato da manifesti al femminile che presentino il motto “We Want You. In Us.”. In hotel di aprire il cassetto e invece di Harmony trovare vibratori psichedelici (magari già puliti nei 3 stelle). Sogno di sfogliare un manuale di educazione sessuale per adolescenti e trovare sezioni complete denominate “E tu come pompi?” o “Sesso Anale: diritti e doveri”.


L’amore inteso come massima espressione naturale, quello incondizionato e incivile, non si preoccupa di pubblica raffinatezza. Esso nasce di per sé in stretta intimità con la natura. Privilegiassimo ciò che più è importante nella nostra nuda e cruda esistenza, forse inizieremmo a perseguire una logica direzione nell’universo. Da una parte l’uomo s’è evoluto secondo un senso di comunità civile condotto dalla sua virilità deviata e mendace, dall’altra rimane ancorato alla sua istintività ormai come un vecchio al suo matrimonio di diamante.
Deviata egemonia civile e diretta verità umana. A volte penso a riformarle, a un modo di fonderle.
Imporrei tasse più pesanti a chi tromba con meccanicità. Taglierei luce e gas a chi non si dedica con serietà all’hobby del cunnilingus su mezzi di trasporto. Deporterei in un campo di lavoro chi non rispetta il solito nutrirsi di trasudato vaginale.
Sono per la linea dura. Il governo del coito. Che sogno.

Nicola Fatighenti

BEAT VERSUS CHELSEA


Beat versus Chelsea Hotel. Parigi e New York. Alberghi e luoghi divenuti oramai mitici grazie alle persone che hanno attraversato i loro lunghi corridoi e soggiornato nelle loro stanze. Nel Quartiere Latino, al numero 9 della stretta rue Git-le-Coeur si trovava il Beat Hotel, un piccolissimo alberghetto misero - il quale pareva abbandonato -, che deve il suo nome agli avventori che tra gli anni Cinquanta e Sessanta vi si stabilirono per scrivere un pezzetto di storia della letteratura. L'hotel, infestato dai topi che s'aggiravano con fare furtivo per l'andito, era gestito da Madame Rachou, una vecchina che si vide passare d'avanti agli occhi “les américains”, i poeti americani della Beat Generation, per lo più squattrinati (non tutti), giunti ad assaporare la tradizione del continente in anni di intensa attività artistica. Proviamo col citare l'opera che porta il nome del mitico alberghetto: Beat Hotel, il romanzo di Norse scritto con la tecnica del cut-up (sorta di collage tra vari scritti). Invece, tra quelle pareti spoglie, Allen Ginsberg attese la sentenza del processo per oscenità del suo Urlo, e in seguito vi scrisse Kaddish. Il suo amico Gregory Corso, anche lui accampatosi lì, diede alla luce la poesia Bomb. Nella ville de Paris William S. Burroughs finì il suo Pasto nudo, mentre rimane ancora qualche dubbio sulla presenza o meno di Kerouac nell'Hotel.
Di tutt'altro genere è il Chelsea Hotel, fondato nel lontano 1884. Situato al 222 West 23rd Street, Manhattan, tra la Seven e l'Eight Avenue, è un edificio imponente che affascina per l'altezza ed il colore rosso mattone. Ha ospitato artisti quali i già citati William S. Burroughs, Allen Ginsberg e Gregory Corso, Janis Joplin, Patti Smith, Leonard Cohen, Robert Mapplethorpe e le Chelsea Girl (Edie Sedgwick, Viva, Ultra Violet, Candy Darling) di Andy Warhol, ma solo per citarne alcuni. In questo albergo Arthur C. Clarke scrisse quel capolavoro di 2001 Odissea nello Spazio, e Bob Dylan trovò l'ispirazione per comporre Sad Eyed Lady of the Lowlands. Ma oltre alle creazioni artistiche, il Chelsea hotel fu teatro di morte. Dylan Thomas vi morì per eccesso di alcool, mentre Sid Vicious avrebbe accoltellato Nancy Spungen il 12 ottobre 1978.
Muse ispiratrici di numerose opere, questi due hotel diedero riparo e accoglienza - come fossero delle seconde case - ad artisti dediti alla vita bohémien.


LO "SCIAMPO" DEGLI SCRITTORI

Chi l’ha detto che i locali notturni, come bar e pub, permettono solo il divertimento sfrenato con musica altissima e fiumi di alcool? Normalmente l’immaginario comune riflette l’idea di “divertimento notturno” sui decibel che i dj concedono alle loro casse, magari accompagnati da una buona dose di cocktails per reggere meglio; ma a volte c’è anche l’eccezione che conferma la regola. A Trieste il bar Naima, conosciuto sicuramente dalla maggior parte dei giovani triestini e non, ogni due martedì al mese organizza una serata/nottata dedicata alla lettura. L’evento si chiama Sciampo, nasce nel 2003 come volontà di sdrammatizzare la “serietà letteraria” dei circoli intellettuali, molto diffusi a Trieste: chi vuole si siede sulla seggiola rossa da barbiere – da cui si rifà il nome dell’evento – e con un microfono puntato di fronte, si cimenta nella lettura “sdrammatizzata” di prosa o poesia propria o di testi di scrittori illustri. Nel 2003 Sciampo era un evento di intrattenimento nato per rompere le regole tra i giovani clienti affezionati al Naima, i quali hanno permesso la continuità dell’appuntamento letterario per due anni consecutivi: come una piccola grande famiglia, il Naima era diventato la roccaforte e il rifugio di moltissimi, un luogo di ritrovo dove l’arte, la serenità e la musica jazz concedevano un momento di sollievo; un bar di divertimento per chi ricercasse leggerezza, un luogo di riflessione per chi volesse meditare, un terreno di incontri per chi preferisse socializzare.
Ma come tutte le belle cose, se non vengono alimentate, rischiano di morire lentamente: anche Sciampo era caduto nella rete della routine, dentro un senso di abitudine a qualcosa che sembrava non invecchiare mai, tanto che per due anni è stato messo da parte, ma non dimenticato. Grazie alla presenza di Lorenza, barista del Naima e assidua sostenitrice di Sciampo, si è deciso di riprendere l’iniziativa per ricordare la memoria di questa ragazza, adorata da tutti i clienti e “sciampisti”, dopo la sua tragica scomparsa a causa di un incidente. Il Naima all’improvviso si è ritrovato senza la sua colonna portante per le serate di Sciampo, senza la più solare sostenitrice di ogni lettura, che trasmetteva con gioia a tutti i presenti e partecipanti; di conseguenza, i figli del Naima hanno sentito l’urgenza di renderle omaggio attraverso la memoria, facendo diventare Sciampo il suo stesso ricordo.
Ancora oggi gli “sciampisti” sentono forte il richiamo mensile di quelle letture, ne cercano la presenza per parlare a Lorenza, per dimostrare alla piccola famiglia del Naima che Sciampo ha trovato un nuovo senso nel suo piccolo grande circolo di scrittori sciampisti. Alcuni presentano pezzi di racconti, di uno stile ricercato, intrecci di dialoghi, discorsi in dialetto triestino o in lingua italiana, altri propongono le proprie poesie, psichedeliche e immediate, altri ancora scelgono come protagonisti grandi scrittori, come Baudelaire, Blake, Lorca, alcuni invece intrecciano parole e musica, con intermezzi di sassofono, chitarra o armonica, il tutto accompagnato da un continuo via vai di persone che entrano ed escono, chi per assistere a Sciampo, chi per bere qualcosa con un sottofondo di parole che rimbombano in tutto il locale.
Sciampo è libertà d’espressione, una nuova forma d’arte che concede spazio a quegli scritti rimasti chiusi nel cassetto per anni, è il talento umano in una dimensione ironica, semplice e coinvolgente, in cui qualunque parola scritta prende valore su una sedia da barbiere, e la teatralità vocale diventa portavoce dell’intimità del singolo lettore. Chiunque è il benvenuto a prendere posto sulla sedia rossa, ogni timbro diventa parte della storia di questo sfuggente e schivo “movimento letterario”: quindi spargiamo la voce tra i tanti talenti presenti a Trieste, a tutti quelli che vorrebbero poter legger qualcosa di proprio, senza, però, troppo impegno né ansia da prestazione, magari con un bicchiere in mano per darsi coraggio e avendo attorno una buona squadra di amici e sciampisti, pronti ad ascoltare un pezzo nuovo.

IL PRESNITZ DI ESTER

Ester mi accoglie con allegria nella sua cucina e, senza che me ne accorga, mi infila un cappellino di carta in testa e un grembiule per non sporcarmi. Mi racconta subito delle sue ultime scampagnate per andare a suonare il mandolino con gli amici: non male per una ragazzina che domani compirà 90 anni! Ma bando alle ciance, Ester mi mette subito al lavoro. Sono emozionata perchè fra poco sarò iniziata alla sua famosa ricetta del presnitz. Il presnitz, caposaldo della tradizione culinaria triestina, un classico delle feste, è stato definito da Pellegrino Artusi "dolce di tedescheria" ad indicare le origini austroungariche. Sembra sia stato preparato la prima volta nel 1832 in onore di Francesco I e dell'imperatrice d'Austria, tanto che a detta di alcuni il nome sarebbe una storpiatura di Preis Prinzessin (premio principessa). Riporto qui sotto la ricetta che Ester è felice di tramandare, perché possiate divertirvi anche voi a portare un po' di Trieste sulla vostra tavola!

Per il ripieno:
100g di noci
100g di mandorle
50g di pinoli
200g di zucchero
250g di uvetta (lavata e strizzata)
Rhum
2 albumi

Tritare grossolanamente la frutta secca, aggiungere lo zucchero e il rhum. Lasciare riposare (meglio preparare il composto il giorno prima). Poco prima di spalmare l'impasto montare a neve i due albumi ed incorporarli delicatamente all'impasto. Se il ripieno risultasse troppo umido, si può aggiustarlo con del pangrattato o biscotti secchi sbriciolati. La ricetta, a piacere, può prevedere anche cioccolato, frutta secca, miele o canditi, ma vista la già notevole consistenza della ricetta, Ester preferisce non aggiungere altro alla frutta secca.

Per la pasta:
300g di farina (10 cucchiai circa)
250g di ricotta non liquida
250g di burro (tolto dal frigo un po' di tempo prima)

Disporre la farina a fontana sul piano da lavoro (meglio se di marmo) con un pizzico di sale. Unire ricotta e burro morbido e lavorare con le mani. Sembra di ritornare bambini con la pasta ancora informe che si appiccica alle mani, mi viene il dubbio che non prenderà mai la consistenza giusta, ma Ester, che vede la mia espressione preoccupata, mi dice di non aver paura della pasta e della farina, di aggiungerne se ne sento il bisogno “te son ti che te comandi la pasta!”, aggiunge perentoria e rassicurante. Il risultato, inaspettatamente, è una pasta sana, morbida ed elastica. N.B. Se il piano e la pasta si scaldano anche solo leggermente, c'è la possibilità che gli ingredienti si separino. Per evitare che ciò succeda, lasciare riposare la pasta in frigo per qualche minuto. Mentre la pasta riposa, Ester mi racconta la storia di questo dolce, ed il segreto della sua ricetta magica. Un cuoco della compagnia del Lloyd Triestino aveva perfezionato la ricetta del classico dolce, per omaggiare nientemeno che Carlotta, la consorte di Massimiliano d'Austria, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe. Lui aggiungeva anche cioccolato e canditi, ma Ester ha semplificato la ricetta, già così piuttosto “impegnativa”. Nel frattempo la pasta si è raffreddata e la tagliamo in tre parti.


Cospargiamo il ripiano di farina e, uno alla volta, formiamo con il mattarello dei rettangoli lunghi e stretti, alti circa 8 mm.Sbattiamo i tuorli, ne spalmiamo un leggero strato sul rettangolo, prima di formare un rotolino di impasto al centro che copre tutta la lunghezza. Arrotoliamo, formiamo una spirale (a Ester piace più la forma a ferro di cavallo) sulla teglia che potete coprire con un foglio di alluminio, la cospargiamo di tuorlo e, mentre Ester suona il mandolino, lasciamo cuocere nel forno a 180 gradi circa per 40 minuti.Buon appetito e buone feste da me ed Ester!

VIA DALL'UNIVERSITÀ!

Questa attualmente è un’esclamazione tutt’altro che insolita: molti studenti decidono di abbandonare il percorso universitario a causa di piani di studio che risultano poco specifici perché mancano di materie caratterizzanti. Stiamo frequentando un’Università dispersiva, che non sempre offre una preparazione adeguata. Cosa succede a monte, perché i corsi di laurea non riescono ad essere all’altezza dell’offerta formativa? Parlando nello specifico dell’Università di Trieste, essa è una delle Università che superano il 90% del rapporto tra il Fondo di Finanziamento Ordinario e gli stipendi: in breve, ha dei problemi finanziari. Da anni ormai i concorsi sono rarissimi, e la situazione sarà portata al limite dai nuovi tagli all’istruzione, a causa dei quali non sarà più possibile bandire concorsi. Questo è un problema grave: molti degli insegnamenti caratterizzanti dei corsi di laurea sono tenuti da docenti anziani che, una volta in pensione, non verrebbero sostituiti. Dato che i docenti ordinari sono sempre meno e che l’Università non può permettersi un numero enorme di docenti associati, per l’offerta formativa ci si è basati sulla disponibilità dei ricercatori, che non sono in realtà tenuti ad insegnare, ma possono decidere di farlo per condividere con gli studenti la loro ricerca. Attualmente, in molte Facoltà, i ricercatori sono adibiti all’insegnamento per soddisfare l’offerta didattica promessa da un corpo docente che non può assicurarla. Così, dato che il ddl Gelmini toglierebbe ulteriori soldi alla ricerca e ignorerebbe i criteri di meritocrazia (che sarebbero invece utili a ridurre gli sprechi dell’Università e a premiare i ricercatori più produttivi, penalizzando quelli che non pubblicano nulla), i ricercatori hanno deciso di sospendere l’insegnamento per il corrente anno accademico, fino a data da destinarsi. Il risultato è stato un putiferio: l’attività didattica e i piani di studio sono nel caos, moltissimi corsi sono stati cancellati e non si sa ancora come verranno recuperati. Così l’intero Ateneo ha sospeso simbolicamente per mezz’ora ogni attività didattica “per richiamare l’attenzione collettiva sulle questioni poste dalla riforma universitaria”, mentre le Facoltà che hanno più ricercatori che docenti hanno deciso di sospendere la didattica per intere giornate, in modo da evitare che metà dei corsi partissero e metà no, e nei suddetti giorni hanno organizzato degli incontri informativi a proposito del decreto. Il Dipartimento più attivo è stato quello di Scienze naturali, fisiche e matematiche: esso ha sospeso l’attività didattica per due settimane e poi ha presidiato la Facoltà per otto giorni, invitando Margherita Hack ad una conferenza per attirare l’attenzione degli organi d’informazione sulla protesta. L’ottimo risultato del Dipartimento è stato ottenere che venisse discusso il documento presentato al Rettore, in cui si richiedeva una maggiore rappresentanza studentesca all’interno degli organi di Ateneo e un simposio con tutte le Facoltà per elaborare insieme le linee guida di un’eventuale riforma alternativa. Inoltre in quei giorni gli studenti e ricercatori del Dipartimento hanno pubblicato un filmato su youtube per diffondere i motivi della protesta. Invece Lettere e Filosofia in appoggio ai ricercatori ha sospeso la didattica dall’11 al 15 ottobre organizzando in quei giorni un ciclo di seminari ed incontri aperti al pubblico a proposito della riforma dell’Università, corsi alternativi a quelli previsti dalla didattica, e varie iniziative, la cui più degna di nota è stata la lettura di massa in piazza Unità. Giovedì 13 ottobre infatti una cinquantina di studenti sono scesi in piazza con un libro in mano, leggendo ad alta voce in mezzo alla gente, cosa che ha stupito e incuriosito i passanti. A chi si fermava a chiedere i motivi di questo gesto, gli studenti davano informazioni a proposito della riforma universitaria. Lo stesso giorno, sempre per dare un messaggio forte ai passanti, le tre statue degli autori Svevo, Joyce e Saba sono state ricoperte da dei sacchi neri e da cartelli “Manteniamo la Facoltà di studiarli!”. Lunedì 25 ottobre gli studenti hanno ottenuto di partecipare all’Assemblea di Facoltà, e hanno fatto delle richieste attraverso una lettera in cui pretendevano chiarezza da parte dei professori e della Preside in merito alla protesta (molti docenti hanno continuato a fare lezione anche se i corsi erano sospesi, e non si è fatto niente per evitarlo) e un impegno da parte dei professori di recuperare i corsi tenuti impropriamente. Nelle prossime settimane gli studenti di Lettere organizzeranno altre attività per sensibilizzare l’opinione pubblica: si inizierà con il ripetere la lettura in piazza, dove ognuno porterà un libro e inizierà a camminare leggendo ad alta voce. La prossima sarà organizzata giovedì 28 ottobre dalle 17.30 alle 21.30 in piazza Unità. Partecipate numerosi! Che siano Orwell, Miller o Raboni, dobbiamo tenerci stretta la Facoltà di studiarli.

Alessia Dagri

LIBRERIE FANTASTICHE


Tra ballerine di can can e altre peripezie da rivista è vietato non entrare in alcune pantagrueliche collezioni cartacee che come cattedrali s'ergono al passo. Come non fermarsi a sbirciare al di là della vetrinetta opaca, oltre ai libri in mostra, e allungare l'occhio spiando curiosi. Finché la mano coraggiosa spinge con fermezza la porticina, e con piglio fiero si varca la soglia in quel posto irto di meraviglie. Esistono librerie e librerie, e senza una sconsiderata forma di snobismo gratuito, è indubbio che c'è polvere e polvere, pagine e pagine. Ed ecco che alcuni luoghi, forse per una naturale dimensione mistica donata dal destino, sono ricettacoli e crocicchi di uomini straordinari o semplici facchini che contengono nel loro tridimensionale abecedario lo scibile umano. E allora questi puntini sul globo esistono, sparuti e lontani ma presenti nel tempo, memori di quello che fu ad Alessandria – fumi che ancora vagano come uno spirito inquieto. Così ne l'élégant Paris alla Shakespeare & Co. ha preso forma l'Ulysse di Joyce, grazie alla bravissima Sylvia Beach che diede il via a quel fascino leggendario tutto collialti della Rive gauche.
Tra i tulipani e i mulini a vento invece, nella città di Maastricht c'è una delle più belle librerie del mondo sorta riadattando una chiesa domenicana del Duecento. Se attraversiamo La Manica e giungiamo nella terra d'Albione è d'obbligo fare una capatina in Marylebone High Street alla Daunt Books, una libreria specializzata in libri chatwiniani incastonati in un locale in stile edoardiano. Spostandosi poi nella penisola iberica, nella bella Barcellona, troviamo in Calle Elisabets 6 La Central del Raval, nella zona storica della città, dove si ritrovano giovani artisti. Una delle più antiche librerie d'Europa, costruita nel 1869 è la Livraria Lello a Porto, in Rua das Carmelitas 144.
A Trieste, in via San Nicolò 30, Umberto Saba acquista e forgia la sua Libreria antiquaria (nella foto). Al suo interno sembra che nulla sia stato ancora spostato o messo in ordine. Pile e pile di tomi, libelli e volumi si susseguono instabilmente con immenso piacere di Bouvard e Pécuchet. Per concludere, oltre Atlantico, nella libreria El Ateneo di Buenos Aires sembra ancor di sentire Borges parlar del suo amore.

LA RIVINCITA DEL FLAMENCO

Tristezza, allegria, musica, tradizione e un bisogno estremo di liberare il corpo dalle oppressioni razziali e storico-culturali: questi gli elementi principali che la storia del Flamenco spagnolo trasmette a noi spettatori.
Ma come nasce questo ballo? È veramente una danza tipicamente spagnola?
Da sempre si sente parlare di flamenco quando si nomina la Spagna, patria del calore umano, del ballo e del contatto corporale. Al giorno d’oggi in ogni regione spagnola sono presenti scuole di ballo specializzate nel Flamenco e nella conoscenza della filosofia di questo “rito gitano”, che nasce come ricerca di una via di fuga alla frustrazione della vita quotidiana.
Ma dove e come si sviluppa? La patria è l’Andalusia, la regione più meridionale della Spagna, che si affaccia sul Mar Mediterraneo e sull’Atlantico: grazie alla sua posizione geografica, questa regione è sempre stata il fulcro di importanti flussi migratori. Tra questi, il più importante è sicuramente il popolo arabo, presente in Spagna per ottocento anni, che ha lasciato tracce significanti nella cultura, nell’architettura e nella lingua castigliana. C’è da dire però, che non solo gli arabi hanno rivoluzionato la storia della Spagna, anzi, a livello culturale e artistico un popolo fortemente criticato ancora oggi, ha importato il ballo più famoso, sensuale e filosofico conosciuto in tutto il mondo: i Gitani.
Un popolo di ballerini e musicisti, proveniente dalla Grecia, cacciato via da mezzo mondo, stabilitosi pacificamente in Catalogna nel 1400, per popolare poi la maggior parte dell’Andalusia: considerati clandestini, venne loro proibito qualunque tipo di commercio e di lavoro, tanto che, per scappare alla repressione quotidiana, divennero i migliori rappresentanti e interpreti del folklore locale. In fretta appresero tutti i balli andalusi e africani dei ceti meno abbienti presenti nel territorio, mettendo sempre in ogni danza il massimo di passione, pathos ed energia.Il popolo gitano stava al margine della società, sia a livello economico che culturale, e racchiudeva in sé le tipiche caratteristiche della gente “povera”, uno spiccato senso religioso, l’amore per la comunità, il ballo, il vino, la musica e una sensualità fortemente accentuata, che spesso confondeva il sacro e il profano.
Il Flamenco nasce come poesia e musica di un popolo sofferente per un’emarginazione forzata, dove il sentimento di solidarietà caratterizzava le giornate delle singole persone. E come ben si sa, la povertà rende solidali. Questa peculiarità, infatti, si può ritrovare nei versi scritti gitani, dove le tematiche principali erano la durezza del lavoro, la difficoltà della vita, l’avversione del destino, il sentimento e la morte. Al principio quindi il Flamenco era un fenomeno artistico semi clandestino, con le caratteristiche di un pianto solitario, familiare e privato.
Con l’avvento di Carlo III, promotore di innovazioni agricole, economiche e amante delle diverse culture e tradizioni, i gitani ottennero libertà d’espressione dei loro versi. Fu in questo modo che il Flamenco diventò un ballo aperto al mondo, una danza individuale, dove quello che conta è la fusione completa di corpo e anima, di dolore, frustrazione, gioia e allegria, espressa attraverso i gesti del corpo. Non c’era distinzione tra uomo e donna, chiunque poteva ballare, ognuno poteva esprimere e sfogare la propria interiorità come meglio sceglieva, grazie al suono di una chitarra e a un gruppo di persone in cerchio, come pubblico osservatore delle emozioni altrui.
In pochissimo tempo la “danza dell’intimo” raggiunse un grande successo tra i popoli andalusi, al punto tale da elevarla a tradizione puramente spagnola. Ancora oggi la Spagna lo considera parte della sua tradizione, soprattutto l’Andalusia, dove ogni anno viene dedicata una festa di tre giorni solo al Flamenco, la “ Feria de Abril” di Siviglia, in cui tutte le donne e le ragazze del luogo indossano il tipico vestito del flamenco, con un ventaglio e un fiore rosso nei capelli. Vengono accompagnate su una carrozza da uomini vestiti da cavalieri gitani e anche i cavalli sono adornati coi fiori tipici gitani, tutto accompagnato dall’immancabile chitarra spagnola che avvicina la comunità andalusa in un rito storico-culturale, in memoria di un popolo, che grazie all’amore per la poesia e la musica, il sentimento e la solidarietà, è riuscito a ottenere il rispetto, la stima e la diffusione delle proprie origini da parte di tutto lo stato spagnolo.

DANZA ORIENTALE: NON SOLO VENTRE

Ninnoli, tintinnii e donne mezze nude. La danza orientale, ribattezzata dall'occidente “danza del ventre” viene vista spesso come un ballo provocante e sensuale, a discapito di tutti gli sforzi delle professioniste della disciplina. Purtroppo essa è stata introdotta alle masse con le danze ammiccanti delle pin-up statunitensi, e l'idea erotica della danza del ventre persiste tuttora nell'idea collettiva. Forte di questo, Emanuela Suanno, un'eccellente ballerina di raqs el šarqī, appena ha messo piede in televisione si è messa una spada sul seno e poco dopo un coltello in bocca. È un po' come una ballerina di danza classica, avendo a disposizione solo tre minuti sul palco, facesse una lunga spaccata alzandosi sulle mani, e poi ballasse ammiccando al pubblico. Suona ridicolo, ma nel caso della danza orientale a livello telematico funziona, perché rafforza lo stereotipo che si ha su questa danza, cioè una specie di spogliarello dove non mancano i richiami sessuali. Non è raro che una danzatrice del ventre si senta fischiare dietro, ma con il tempo le cose cambieranno, come sono cambiate per tutte le altre ballerine e attrici, che un tempo venivano giudicate poco decorose dalla gente comune. Molte donne europee, da dieci anni a questa parte, si sono avvicinate alla danza del ventre, scoprendo uno sport rilassante e armonioso, ma anche impegnativo e complesso. I benefici della danza del ventre sono molteplici: ne giova la schiena, la circolazione del sangue, gli organi interni, è uno sport ottimo per partorienti e allevia i dolori mestruali, oltre a muovere ogni componente del corpo e a rafforzare la muscolatura di braccia e bacino. Il termine “danza orientale” è molto generico: sarebbe come cercare di definire tutto lo scibile danzereccio d'Occidente in “danza occidentale”. Per “danza orientale” si intende tutta la danza del Medioriente, quella che si tramanda di madre in figlia come le favole e le canzoni nella nostra cultura; è la danza araba classica, con posture eleganti e morbide, che derivano dai balli di corte; è il ballo di paese, dai movimenti più grossolani, con elementi zingareschi. I primi balli simili alla danza del ventre risalgono all'India del 1000 a.C., e sono arrivati nel Mediterraneo circa mille anni dopo: erano rituali propiziatori di culto alla Madre Terra. Attualmente è una danza che si basa sull'isolamento nel movimento delle diverse parti del corpo, il che pone l'accento anche sul ventre (da lì il nome occidentale). È adatta a qualsiasi età, dai bambini alle persone anziane (viene ballata da tutta la famiglia, nei paesi arabi), e non è una pratica esclusivamente femminile, anche se la maggioranza delle ballerine sono donne. Per esempio in Egitto la danza orientale maschile è molto diffusa, ne sono esempi i famosi maestri Yousry Sharif, Saad Ismail e Zaza Hassan. Il Baladī e il Ša'abī sono danze popolari, mentre il Šarqī è l'evoluzione di uno stile che apparteneva ai ceti alti. Fino al Novecento tutta la danza orientale è improvvisazione: poi in Egitto sono state adottate le prime coreografie, e anche la danza altolocata si è fatta più complessa, mischiandosi con quella popolare e adottando vari accessori e strumenti. La cultura occidentale è stata influenzata a più riprese da quella araba, e viceversa. Per esempio alcuni passi della danza classica si chiamano “passo egiziano” e “passo arabo”, mentre i classici campanellini e paillettes della danza del ventre sono di importazione occidentale. Adesso lo scambio culturale continua: in Europa e negli Stati Uniti la danza orientale è diffusissima, è una disciplina riconosciuta a livello sportivo ed è diventata un eccezionale luogo di sperimentazioni e fusioni. Evgeniya Kopteva è una ballerina russa che balla la danza del ventre su musica classica, le Bellydance Superstars americane fondono gli elementi della danza del ventre con quelli del Tribal e della cultura Gothic, Gaia Scuderi ballando sulle musiche di Hossam Ramzy mischia le tradizioni del flamenco con la danza del ventre, in un tripudio di musiche, ritmi, tecniche ed accessori di culture molto diverse tra loro. In Italia la danza del ventre ha avuto fortuna nell'ultima decade anche grazie alla mediaticità di una cantante colombiana che ad ogni video balla insistentemente la danza orientale.
A Trieste le prime maestre Naadirah e Maya Gaorry hanno fatto strada a una sfilza di scuole che hanno arruolato centinaia di signore, ragazze e bambine a ballare su ritmi arabi, tra veli e scarpette alla schiava. Cosa aspettate a provarla? Per un esempio di cosa sto parlando potete passare il 27 giugno alle 21 al Teatro Silvio Pellico di Via Ananian.

BRUNCH

Cari studenti, è arrivata la primavera e l'estate è alle porte. La sindrome delle nottolate del sabato sera comincerà a contagiarvi, nonostante gli esami da preparare, e voi comincerete a svegliarvi incagolati, pigri, ma soprattutto affamati. La soluzione che fa per voi è il BRUNCH!Il brunch, come saprete, è una contrazione di breakfast e lunch: una sorta di buffet vario, che può spaziare dal dolce al salato, dalle uova alla frutta, da servire di solito tra le 10 e le 12 ( ma dipende dall'ora del vostro risveglio). Deve essere facile, veloce, divertente e utile (soprattutto se avete l'urgenza di svuotare il frigo prima che alcune masse informi vi chiamino “mamma”).Ecco quello che vi occorre:

una manciata di amici con i postumi e le occhiaie;
una vasca da bagno di caffè (da bere o per infilarci gli amici da riportare nel mondo dei vivi);
“vanzumi” ovvero ciò che vi rimane delle spese o cene precedenti (risotti, pasta, prosciutto, formaggi, verdure, frutta, pane ecc...)

Esempi di preparazioni:
Il risotto freddo fa schifo. A MENO CHE non ci facciate delle palline (magari infilandoci in mezzo un cubetto di mozzarella e una puntina di salsa di pomodoro), le passiate prima nella farina, poi nell'uovo sbattuto, poi nel pangrattato e infine le friggiate.
Pasta pasticciata: la pasta avanzata si può sempre pasticciare ulteriormente con ritagli di prosciutto, verdure, salsa di pomodoro, formaggi per poi ficcarla nel forno a gratinare.
Dolce di pane raffermo: affettate il pane raffermo (mi è sempre piaciuta la parola “raffermo”), in una terrina versare del latte (prima che sia diventato troppo acido), dello zucchero e, a scelta, un uovo. Inumidite le fette di pane e disponetele in una teglia imburrata e poi coperta di pangrattato. Su questo primo strato di pane spargete poca uvetta prima ammollata in un po' di acqua tiepida e poi strizzata, qualche cubetto di mela “fiapa” (molliccia), della cannella o scaglie di cioccolato. Ricoprite con un secondo strato di pane. Continuate con gli strati finché avrete finito il pane. Decorate con delle rondelle di mela ed eventualmente della cioccolata. Infornate finché la cosa abbia un aspetto dorato.
Altre idee possono essere macedonie, spiedini di mozzarelline e pomodorini, verdure crude tagliate a bastoncini...
Il brunch può essere una specie di buffet, ognuno degli amici può portare la sua specialità da consumare insieme non necessariamente a casa: all'aperto, in Carso o sul molo Audace, è perfetto.

Nel mondo:

In Turchia l'estate è caldissima. Ci si sveglia tardi e si rimane in casa finché praticamente il sole non sia sceso, poi si esce fino all'alba. La colazione, servita a ora di pranzo, comprende formaggi di capra tipo feta (peynir), olive e pomodori, pane tipico (simit) e marmellatine, frutta di stagione (ad esempio angurie e fichi).
In Germania amano fare un'abbondante colazione perché a pranzo i tedeschi sopravvivono anche solo con un tramezzino. In compenso alla mattina ci danno giù di cappuccino zuccherato, pane burro, prosciutto e salame. Assicuro: delizioso!
In Norvegia hanno un formaggio meraviglioso fatto a cubetto che sa un po' di caramello (brunnost) e si taglia a fette sottili con un apposito coltello a paletta e si mette sopra al pane, a piacere si può spalmarci sopra la marmellata. Anche un tubetto ripieno di uova di pesce va alla grande.
In Svezia, invece, vanno molto fieri dei loro deliziosi dolcetti da forno, muffins di tutti i tipi, dolcetti alla cannella o cardamomo o pasta di mandorle da accompagnare al caffè americano. Non disdegnano però neanche i formaggi, le aringhe ed il pesce affumicato! Yum!
A parte l'Italia, non sono molti i paesi dove la colazione si predilige in assoluto dolce anziché salata, così, per variare il solito “capo in b” con brioche, perché non sbizzarrirsi con un bel brunch?

CAFFE' E CAFFE'


Nero, ristretto o bollente. Gocciato, lungo o macchiato. Marocchino, alla “americana” o Irish coffee. Ad ognuno il suo caffè. Tra le bevande più bevute e predilette, questo siero è capace di svegliare la mente, agitare il cuore e aiutare la digestione. Tacciato in principio come bevanda del diavolo, era molto amato da Napoleone, da Proust, e sembra che Balzac ne abbia bevuti parecchi durante la stesura della Commedia umana. Goethe e Stendhal invece, non dovevano abusarne onde evitare disturbi e bruciori di stomaco. Da buon irlandese, Beckett lo preferiva corretto col Brandy. Per Voltaire non era mai troppo; Rousseau lo gustava con una goccia di latte; Diderot lo prendeva tutte le mattine al Café de la Régence. Questi ultimi tre uomini hanno passato parecchio del loro tempo nei caffè, che nel Settecento hanno avuto un ruolo sempre più importante e centrale nella città. Crocevia di persone, ci si ritrovava in questi luoghi per discutere delle novità del giorno scambiandosi idee e pensieri. Presto, queste “moderne botteghe” diventarono dei palcoscenici per gli intellettuali che partecipavano in prima persona alla vita sociale. E non è un caso se Verri deciderà di chiamare il suo giornale Il Caffè. Così, tra una tazzina e l'altra, presero vita le rivoluzioni. Come variante scenografica, nell'Ottocento si imposero i café chantant, o caffè concerto dove, oltre che sorseggiare la nera bevanda, si poteva assistere a spettacoli di vario genere.
Caffeinomani o no, oggi possiamo trovare un po' di pace in uno Starbucks dislocato in ogni angolo del mondo, o andare in pellegrinaggio in luoghi “sacri” dove molti artisti, scrittori e intellettuali hanno passato giornate e giornate ad osservare il mestiere di vivere. Nel quartiere di Saint-Germain, nell'ormai mitico Café de Flore si poteva incontrare Sartre seduto ad un tavolino, coperto da un cappotto color marrone un po' dimesso con ritagli di giornale nelle tasche. Ma anche Tangeri, magico porto marocchino, ha avuto degli illustri frequentatori: al Café Hafa Paul Bowles era di casa, mentre Jean Genet preferiva il Café El Menara. A San Francisco invece c'è il Caffè Trieste, dove Ferlinghetti si ritrovava con gli amici beat. Indiscusso però è il fascino dei caffè italiani. Basti pensare all'eleganza del Florian o del Quadri a Venezia, oppure del Pedrocchi a Padova. A Firenze, in Piazza della Repubblica dal 1897 c'è il Giubbe Rosse, che deve il suo nome dal colore della livrea dei camerieri. Qui passavano le giornate a discutere Papini e Soffici. Compariva da quelle parti anche Marinetti, che beveva il caffè con del cioccolato e un pizzico peperoncino. A Roma l'Antico Caffè Greco ha visto passare dal 1760 molti clienti illustri: dai musicisti romantici Liszt, Wagner e Mendelssohn; ai poeti Leopardi, Goethe e Gogol'; per finire con Schopenhauer e Orson Welles. Qui, nel 1919, i futuristi del Bel paese si incontrarono con Picasso e Cocteau. A Napoli dal 1860 il Gran Caffè Gambrinus è un'istituzione. Scrittori come D'Annunzio, Wilde ed Hemingway si sono goduti na tazzulella 'e cafè. Mentre a Palermo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha scritto pagine e pagine de Il Gattopardo nell'Antica Pasticceria Mazzara. E poi si arriva alla città del caffè, Trieste, dove dal 1914 c'è il Caffè San Marco (nella foto). Nelle eleganti sale in stile Secessione, si potevano incontrare Svevo e Joyce - che preferiva il caffè corretto whisky – o Saba e Stuparich. E se proprio non vi piace il caffè, potete sempre ordinare un tè nel deserto.

PENSIERI A PARIS

Mi trovavo a Parigi. Pensai che non potevo lasciare la capitale della Francia senza essere salito in cima alla famosissima Torre. Dopo una lunga attesa in fila con molti altri turisti, arrivato in cima, cominciai ad ammirare il paesaggio che da quell’altezza dominavo - sembrava di volare. Era uno spettacolo romantico ed emozionante. Poi però, mi guardai attorno. Vidi che ero l’ unico a non avere al mio fianco qualcuno. Meglio, qualcuna con cui condividere quello spettacolo. Fu allora che, improvvisamente, ciò che in un primo momento per me era bello, divenne insopportabile. Direi malinconico.
Certamente così non fu per gli altri turisti, che a differenza di me erano accompagnati da qualche cara persona. Il Bello si mostrava a me con un volto nostalgico ed intimo mentre, in quel preciso momento, i boulevard “chiassavano” per la gran festa ed i pittori di strada tingevano i bagliori della Senna. Il n’est pas possible!
Ma esistono anche delle bellezze quasi “oggettive”, indistruttibili, capaci di farci cadere nella più seducente sindrome di Stendhal. Perdendomi per i corridoi e le sale del Louvre, feci conoscenza con la signora Lisa, “Gioconda”. Si trattava di un’ opera delle dimensioni di 77 x 53 cm, dipinta su un’unica tavola di legno di pioppo tenero. Nell’Ottocento divenne icona dell’ ideale femminile, simbolo della bellezza assoluta e dell’immortalità. Nel Novecento divenne invece oggetto di scherno e di derisione feroce. Il furto del dipinto nell’agosto del 1911, seguito da titoli sulle prime pagine dei giornali e dalla sua assenza dal museo per due anni, non fecero che accrescerne la fama, fino ad allora rimasta confinata nei circoli letterari ed artistici. Il dipinto non è stato mai finito. Non sono finite le due mezze colonne visibili ai lati della donna, il parapetto e parte del paesaggio a sinistra - dove appare il colore rosastro della preparazione. Così come non finite sembrano le dita della mano sinistra, di cui si intravedono varianti nella posizione più o meno piegata. Anche il dito indice della mano destra mostra un pentimento nella larghezza e nel suo disegno. Mi torna alla mente che a caratterizzare la personalità del Grande Maestro, durante la sua lunga vita, era l’iniziare un lavoro senza però portarlo a termine. È con questo ricordo che vi saluto affettuosamente, non terminando l’articolo che avete avuto la grazia di leggere. Ho deciso di imitare un genio che era solito dipingere paesaggi che davano l’impressione di essere visti o immaginati dall’ aereo…

Cicero Bertoli